Modulo 2

Narrazioni sulla migrazione

Questo modulo esplora come funzionano le narrazioni e come influenzano la comprensione pubblica della migrazione.

Obiettivi formativi

Analizzare le narrazioni comuni sulla migrazione ed esaminare come si diffondono e vengono amplificate. Sviluppare una comprensione più chiara di come le narrazioni influenzano le percezioni, gli atteggiamenti e il dibattito sulle migrazioni. Al termine di questo modulo, sarai in grado di:

  • Identificare le narrazioni ricorrenti che producono disinformazione sulla migrazione.
  • Comprendere come queste narrazioni si diffondono e influenzano l'opinione pubblica.
  • Riconoscere e decostruire le narrazioni che producono disinformazione sulla migrazione.

La nostra ricerca nell'ambito del progetto Mild mostra come nelle redazioni giornalistiche siano largamente assenti professionisti/e razzializzati/e e persone con background migratorio. Questa assenza alimenta pregiudizi e spesso porta a narrazioni stereotipate o fuorvianti. In qualità di giornalisti/e e comunicatori/trici, abbiamo la responsabilità di fornire un'informazione accurata, etica e responsabile.

Come funzionano le narrazioni che producono disinformazione

In qualità di professionisti/e dell'informazione e creatori/trici di contenuti, abbiamo una responsabilità sociale: produrre notizie accurate, prive di pregiudizi, stereotipi, informazioni fuorvianti o false. Per farlo, è importante comprendere come funzionano queste narrazioni.

La disinformazione è una informazione falsa diffusa intenzionalmente, spesso con l'obiettivo di provocare scalpore e polarizzare l'opinione pubblica. Ad esempio, evocando il "rischio di un'invasione" di milioni di persone migranti in un titolo di giornale quando assistiamo agli arrivi via mare. Quando parliamo di disinformazione, spesso pensiamo a singoli post falsi o a bufale virali. Ma dietro molti di questi si nasconde qualcosa di molto più grande: una vera e propria narrazione.

Se molte storie false promuovono la stessa idea, col tempo quell'idea inizia a sembrare familiare... e più credibile. Ecco perché comprendere la narrazione dietro una notizia falsa è così importante per chiunque lavori con le informazioni, che sia nel giornalismo o nella comunicazione: ci aiuta a comprendere il ruolo che svolgiamo quando riportiamo una notizia o trattiamo un argomento e ci rende più consapevoli di come il nostro lavoro possa rafforzare o contrastare le narrazioni false o fuorvianti.

Il vero obiettivo della disinformazione non è solo quello di farci credere a un messaggio falso, ma quello di farci accettare una determinata narrazione. E una volta che siamo in grado di riconoscere queste narrazioni, rafforziamo la nostra capacità di comprendere criticamente il processo che produce modelli di narrazione tossici, rendendoci molto meno vulnerabili alle nuove notizie false che tentano di rafforzarli.

La disinformazione è fondamentalmente prodotta per diffondere un'idea falsa. Può attribuire alle persone migranti le cause dei problemi economici o cercare di negare il cambiamento climatico.

Spesso queste storie vengono presentate come se fossero un bene per chi le legge o le ascolta: "Se i migranti se ne vanno, l'economia migliorerà". E se una notizia falsa non diventa virale? Ne viene creata un'altra. Le narrazioni si evolvono costantemente.

È importante identificarle perché se si capisce come le persone sono manipolate è possibile smascherare non solo ogni falsa affermazione, ma anche la storia più ampia che c'è dietro.

Una singola notizia falsa può contenere più di una narrazione. Molti messaggi fuorvianti funzionano come matrioske: si apre un'idea e se ne trova un'altra nascosta all'interno. Ad esempio, un video falso che sostiene che delle persone migranti hanno attaccato un negozio potrebbe anche suggerire che le autorità stanno nascondendo la verità o che il Paese è nel caos. La stratificazione delle narrazioni rende il messaggio più adattabile e persuasivo.

Le narrazioni spesso includono un piccolo frammento di realtà, estrapolato dal contesto per rendere credibile la notizia falsa. La disinformazione può utilizzare una foto reale di anni fa e presentarla come recente, oppure prendere una statistica vera e stravolgerne il significato. Mescolare verità e finzione rende il contenuto credibile, anche quando il messaggio è falso.

Queste narrazioni si basano su scorciatoie mentali. Usano associazioni dirette come "migrazione = violenza" per suscitare reazioni emotive. Queste scorciatoie hanno lo scopo di aggirare il pensiero critico e spingerti ad accettare il messaggio all'istante.

Le narrazioni fuorvianti fanno appello alle emozioni, ai nostri pregiudizi cognitivi e a semplici errori logici. Ti incoraggiano a condividere senza pensare. Più senti, meno ti poni domande.

Mentre la realtà richiede sfumature, dati e contesto, la disinformazione può inventare spiegazioni semplici senza preoccuparsi dell'accuratezza. Se una situazione è troppo complessa, viene creata una versione semplificata o più drammatica della storia. Questo rende i messaggi più veloci da consumare e più facili da condividere, anche se sono completamente sbagliati.

Se qualcosa non funziona, viene modificato. La disinformazione è un processo costante di tentativi ed errori. Se una notizia falsa non diventa virale, viene riscritta, cambiando il tono, sostituendo l'immagine o provando un'altra piattaforma. La produzione di contenuti è economica e veloce, quindi è possibile sperimentare fino a quando qualcosa non si diffonde. Anche quando una notizia falsa viene smentita, la narrazione sopravvive perché continua ad adattarsi.

Video

Narrazioni fuorvianti sulla migrazione

Le analisi in corso sulla disinformazione e sui discorsi di odio rivolti contro le persone migranti in tutta Europa evidenziano un modello consolidato: le narrazioni ostili non solo circolano, ma influenzano profondamente l'opinione pubblica. Man mano che queste narrazioni si diffondono attraverso le piattaforme online, il discorso politico e la comunicazione interpersonale, producono rappresentazioni semplificate ed emotive della migrazione che fanno presa sull'opinione pubblica. Nel corso del tempo, la ripetizione di questi messaggi contribuisce a renderli familiari e credibili, anche quando non si basano sui fatti.

All'interno di questo più ampio ecosistema di disinformazione, alcune narrazioni ricorrenti sulla migrazione dominano il dibattito pubblico in Europa. Queste narrazioni usano l'emotività per oscurare la complessità del fenomeno.

Le narrazioni fuorvianti sulla migrazione associano in modo ricorrente le persone migranti, rifugiate o persone razzializzate a criminalità, emergenza/allarme/invasione, minaccia all'identità culturale/religiosa, insostenibilità del welfare e della spesa pubblica.

«Non vogliono integrarsi»

Questa narrazione descrive le persone migranti come non disposte ad adattarsi alle norme culturali o sociali del contesto di arrivo. Sostiene che rifiutino di imparare la lingua, di rispettare le regole della comunità o di condividere valori comuni. Spesso utilizza aneddoti o affermazioni non verificate per generalizzare il comportamento di interi gruppi. Ad esempio, nei contenuti che usano questo "argomento", le persone di religione musulmana sono identificate come straniere per sottolineare che vengono a imporre le loro usanze (Ramadan, cibo halal, preghiere, ecc.). Sebbene stabilirsi in un posto, partecipare alla vita collettiva e sentirsene parte sia un processo complesso, che dipende da molti fattori strutturali, la narrazione lo riduce a un atto di volontà (accettazione o rifiuto) individuale delle persone migranti.

«Lo stato dà loro più vantaggi»

Una narrazione molto diffusa sostiene che le persone migranti ricevano trattamenti di favore, soprattutto nell'accesso a sussidi, alloggi o servizi sociali. I messaggi parlano spesso di contributi economici inesistenti o fortemente sovrastimati, erogati esclusivamente a persone straniere. Questi messaggi prosperano perché fanno leva sull'esistenza di diseguaglianze e disagi reali, sulla percezione emotiva soggettiva della scarsità delle risorse disponibili e sull'idea che le istituzioni non tutelino le cittadine e i cittadini.

In realtà, i sistemi di welfare europei prevedono criteri di accesso complessi e le persone migranti non ricevono né accesso automatico né trattamenti privilegiati. Tuttavia, la disinformazione sfrutta la complessità burocratica per creare confusione e alimentare sospetti.

«I minori stranieri non accompagnati sono pericolosi»

Un'altra narrazione diffusa sostiene che i minorenni migranti arrivati senza familiari siano intrinsecamente violenti o inclini alla criminalità. Storie inventate o distorte su presunte aggressioni compiute da persone minorenni circolano continuamente online e nei media, spesso facendo riferimento a eventi drammatizzati o sensazionalistici o generalizzando all'intero gruppo di appartenenza le responsabilità di comportamenti individuali. Anche quando questi episodi sono descritti in modo non accurato o fuori contesto, la loro capacità di suscitare emozioni li rende altamente condivisibili.

«La maggior parte dei reati sono commessi da stranieri»

Questa narrazione afferma che le persone migranti siano coinvolti in modo sproporzionato in furti, violenze o reati sessuali. La disinformazione amplifica episodi isolati estendendoli a intere comunità, attribuisce etichette false a persone non migranti o fa circolare vecchi filmati come se fossero attuali. Questi messaggi cavalcano un tema sensibile come quello della sicurezza e sono spesso accompagnati da immagini pensate per scioccare l'interlocutore.

Sebbene i dati dimostrino che i tassi di criminalità non sono legati all'origine della persona, la ripetizione di questa narrazione continua ad alimentare l'ansia pubblica.

Queste narrazioni sulla migrazione acquisiscono consenso perché presentano questioni sociali complesse in termini semplici e carichi di emotività che le persone possono facilmente comprendere.

Riconoscere queste narrazioni fuorvianti non impedirà la diffusione della disinformazione, ma ci renderà più capaci di contrastarla. Impariamo a riconoscerne gli schemi. Mettiamo in discussione le storie. Non lasciamo che siano gli altri a decidere a cosa dobbiamo credere e cosa dobbiamo scrivere.

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